Religioni africane

I contorni dell’appartenenza religiosa degli africani subsahariani residenti a Roma sono difficili da definire con esattezza.
La cultura africana non conosce la divisione, tutta occidentale, tra società e istituzioni religiose; tra sacro e profano; tra cultura e dottrina.
La religione permea tutta la vita dell’individuo, della sua cultura e della sua comunità.
Dapprima l’intenso commercio tra i paesi del Golfo di Guinea e l’area arabo-musulmana del Nord Africa e del Medio Oriente, in seguito la penetrazione coloniale, con il proselitismo delle varie confessioni cristiane, hanno introdotto una diversa nozione di religione.
Sotto questo profilo, è possibile individuare alcuni gruppi ben consolidati: i musulmani, soprattutto tra gli immigrati che provengono dalla fascia saheliana (prevalentemente Senegal, Mali, e i gruppi provenienti dalle zone settentrionali della Nigeria, della Costa d’Avorio, del Camerun e del Ciad) e dal Corno d’Africa (Somalia, ma anche Eritrea, Sudan, Etiopia); i copti-ortodossi, provenienti principalmente dal Corno d’Africa; i cristiani, tra cattolici e le varie confessioni del protestantesimo; e infine gli adepti delle varie chiese nazionalistiche africane, come la chiesa di Simon Kimbangu d’origine congolese oppure la Celestial Church of Christ (Chiesa celeste di Cristo) nata in Benin.
Un discorso a parte meritano le religioni tradizionali.
Tutti o quasi tutti gli africani, a qualunque religione appartengano, sono legati alle religioni tradizionali della cultura d’origine, e in parte ne praticano anche i riti.
Si tratta di un legame trasversale che dà origine a fenomeni di sincretismo religioso molto diffusi.
Per quanto riguarda i cattolici, si fa sempre più consistente la presenza di giovani africani impegnati in studi ecclesiastici presso i numerosi collegi o istituti pontifici della capitale.
Alcuni di loro svolgono con successo le mansioni di vice-parroci in alcune chiese della periferia romana.