Sergej Dovlatov

Sergej Dovlatov (1941-1990), nato da una famiglia di gente di spettacolo, dopo una giovinezza sregolata si dedicò al giornalismo, lavorando per giornali di provincia, dai quali veniva regolarmente licenziato per indisciplina. Nel 1978 emigrò negli Stati Uniti, dove furono pubblicati i suoi racconti e romanzi, commedie autobiografiche pervase di umorismo instancabile e classicamente russo. Con Dovlatov, si ride di noi stessi. Il suo umorismo, che oggi è un classico che ha reso l’autore uno dei riferimenti obbligati della letteratura russa dell’ultimo Novecento, ha questo movimento tipico: si è portati dentro una cornice, usuale e quotidiana; vi si susseguono scene, descritte con pieno realismo; all’improvviso, la più banale e fiduciosa delle frasi suscita una risposta paradossale e sposta di scatto l’attenzione sulla componente di assurdità che c’è in ogni situazione. Come se d’un tratto si spegnesse la luce mentre si è in un gruppo, o ci si trovasse intrappolati in un dialogo tra sordi. Così, chi ride di questo umorismo filosofico non si ritrova mai in una posizione di superiorità, ma si sente parte di una condizione umana condivisa. E l’umorismo diventa il veicolo di una tragedia: la rivelazione dell’autoinganno in cui quasi sempre viviamo. Dovlatov scrive dell’assurdo che conosce: cioè di se stesso – un sé molto letterario – nel mondo sovietico e poi nella vita degli emigrati russi in America.



Un grande scrittore racconta come nasceva in una redazione russa una non-notizia: dodici cronache irresistibili dal regno globale della non-comunicazione.

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Nella Filiale Dovlatov racconta di un argomento sorprendente per chi conosce i suoi temi: l’amore. Nel 1981 a Los Angeles si tiene un convegno di scrittori emigrati sul Modello civile, culturale e spirituale della Russia del domani. Nella camera d’albergo dove dorme il protagonista, inviato di una radio di emigrati russi, bussa inattesa Tasja, l’amore dei vent’anni artistici di Leningrado, mai più rivista dai felici Sessanta.

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I Taccuini comprendono due parti: Solo per Underwood (Leningrado 1967-1978) e Solo per IBM (New York 1979-1990). Sono miniature e frammenti in cui si fondono il racconto breve, l’aforisma, l’aneddoto, la parodia per ritrarre i personaggi che popolavano le giornate dell’autore e la storia del suo paese.

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Nel parco letterario Puškin, per sbarcare il lunario, è finito a fare da guida uno scrittore dissidente e fallito: dissidente dal mondo e fallito a ogni possibile impresa, il negativo esatto di quello che Puškin rappresenta per la mitologia dominante.

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Leggendo e rileggendo Dovlatov viene in mente Čechov hanno osservato i critici di questo scrittore ebreo russo prematuramente scomparso in esilio poco dopo la caduta del regime sovietico, ma originale e appartato rispetto allo stesso mondo della dissidenza.

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