Jovan Divjak

Jovan Divjak è di origine serba, ha vissuto prima a Belgrado e poi a Sarajevo come militare di carriera, raggiungendo il grado di colonnello prima del conflitto serbo-bosniaco seguito al crollo del regime comunista nella ex Iugoslavia.
Ha combattuto a fianco dei bosniaci per difendere Sarajevo quando i serbi hanno attaccato la città, ma si è subito schierato a difesa dei diritti dei serbi rimasti, contro ogni tentativo di discriminazione nei loro confronti.
E' sempre andato controcorrente, avendo come unico criterio di azione la difesa dei perseguitati e la lotta contro ogni tipo di oppressione, da qualsiasi parte provenga, senza distinzioni di etnie, di credo religioso o politico.
Per questo è stato emarginato all'interno dello stesso esercito bosniaco con il quale si era schierato e nel quale aveva raggiunto il grado di generale.
Posto in pensione senza neppure essere consultato, non ha rinunciato alle sue battaglie, spostandole nella società civile.
La sua fondazione a favore dei bambini orfani di Sarajevo e vittime della guerra etnica, protegge senza distinzione di identità tutti i ragazzi che hanno bisogno di aiuto.
Tutta la sua vita è segnata da questo impegno di coscienza, di stare dalla parte delle vittime, di capirne le ragioni, di opporsi agli aggressori, di difendere il bene contro il male, qualsiasi sia il suo volto e il suo nome.
"Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità".

In questo libro, il militare serbo che difese Sarajevo, che ha "adottato" un nipote musulmano e ha fondato la più grande associazione nazionale per aiutare gli orfani di guerra, racconta le bombe, le tribolazioni dei civili, i doppi giochi dei politici bosniaci e della comunità internazionale, la miseria e il desiderio di una pace che in Bosnia non è ancora davvero arrivata.

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