Achmat Dangor

Nato a Johannesburg, ha vissuto dopo il diploma una vita nomade. I soggiorni a Cape Town, PortElizabeth, Grahamstown, Kimberley, Victoria West e in un piccolo paese chiamato Buurmansdrift vicino a Mafikeng influenzarono profondamente il suo atteggiamento verso la vita e la letteratura. In particolare le piccole città rurali infusero ciò che descrive come realtà marginali, temi che emergono costantemente dai suoi scritti. Politicamente attivo sin dalla gioventù, fu esiliato per cinque anni (1973-1978) dal Governo del Sudafrica. Furono questi anni silenziosi ma produttivi: impossibilitato a socializzare liberamente, allontanato dai convegni e dai circoli letterari, Achmat si dedicò senza posa alla scrittura.

Sud Africa, 1998. L'apartheid è stato ormai ufficialmente abolito, ma il cammino perché le parole "verità e riconciliazione" diventino realtà è ancora infiorito di frutti amari. Il frutto amaro è lo stupro, di cui esempio simbolo è Mikey Ali, concepito dalla violenza che la madre, nera, ha subito da un poliziotto, bianco.

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Narra un'antica leggenda araba che un umile giardiniere un giorno s'innamorò della bellissima figlia del califfo. Come punizione per aver osato amare qualcuno al di fuori della sua cerchia sociale, l'uomo fu trasformato in albero. Calando questa storia nella turbolenta realtà del Sudafrica post apartheid, l'autore racconta la coinvolgente, tragica vicenda di Omar Khan e della sua fatale passione per Anna Wallace, di razza e religione diverse dalla sua.

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