Festività ebraiche

Nel primo giorno del mese di Tishrì si festeggia il capodanno ebraico che, secondo la tradizione, coincide con il compleanno del mondo.
Il capodanno 5667/2006 - Rosh hashanà in ebraico - cade il 23 settembre secondo il calcolo di un calendario lunare-solare che prevede un ciclo di diciannove anni, dei quali sette sono embolismici. Per far cadere la Pasqua ebraica, Pesach, sempre in primavera, ogni due o tre anni ai dodici mesi – Tishrì, Cheshvan, Kislev, Teveth, Shevath, Adar, Nissan, Iyar, Sivan, Tamuz, Av, Elul – se ne aggiunge un tredicesimo di 29 giorni, chiamato Adar Shenì.

Racconta il midrash (interpretazione biblica in cui il testo è spiegato in forma diversa dal significato letterale), che i dodici mesi dell’anno rappresentano le dodici tribù, tante quante i figli di Giacobbe.
Ma i figli non erano tredici, compresa la figlia Dinah? Sì, risponde il midrash, ma Dinah rappresenta il mese che si aggiunge ogni due o tre anni per pareggiare lo slittamento del tempo, per mettere a posto gli sbagli fatti dagli altri. Non a caso Dinah viene dalla radice ladun, da cui deriva il termine dayan, giudice.

A Rosh hashanà, insegnano gli antichi Maestri, l’Eterno esamina le sue creature e ne registra il comportamento sui libri della vita, della morte e dei giudizi in sospeso; nel primo trovano posto i giusti, nel secondo i malvagi, nel terzo coloro che ondeggiano tra giustizia e malvagità.
Il capodanno ebraico è pertanto “Giorno del Giudizio” che diviene definitivo nel Giorno dell’Espiazione, un lasso di tempo sufficiente alla maggioranza degli esseri umani che stanno in bilico per fare un profondo esame di coscienza e ravvedersi.
Alla vigilia della ricorrenza, che dura due giorni ed è festa solenne, si usa piantare grano e granoturco come auspicio di prosperità e si recitano speciali preghiere, Selichot in ebraico, un intreccio di invocazioni al perdono, riconoscimento di colpa, lodi all’Eterno.
Rosh hashanà è chiamato anche “Giorno del Suono”: la ricorrenza è sottolineata dalla voce dello shofar, strumento a fiato ricavato dal corno di un montone che riempe la sinagoga di modulati, ora gravi ora acuti ora simili a sospiri. Dopo la funzione pomeridiana ha luogo la cerimonia di Tashlich presso un corso d’acqua: i fedeli, recitando preghiere, si vuotano le tasche “per gettare tutte le colpe negli abissi del mare”.
Il capodanno ebraico è contraddistinto anche dal Seder di Rosh hashanà: la tradizione vuole che si gustino cibi dolci - verdure con prevalenza di bietole, finocchi e porri e vari tipi di frutti, tra cui spiccano datteri, melograni e mele tagliate a fettine e intinte nel miele - accompagnati da formule di buon augurio.

Dieci sono i giorni che dividono Rosh hashanà da Yom Kippur scanditi dall’augurio di “Hatimà tovà”, che tu possa essere registrato in bene dopo essere passato al vaglio del giudizio divino. Il Giorno dell’Espiazione, la ricorrenza più sacra del calendario ebraico, va affrontato senza avere conti in sospeso: è il momento di saldare i debiti contratti, riparare i danni causati, ottenere il perdono per le offese arrecate, placare le ire, esprimere il proposito di non tornare a trasgredire attraverso la confessione delle colpe.
La volontà di purificazione si manifesta anche con comportamenti che differenziano Yom Kippur dagli altri giorni dell’anno, come l’astensione totale dal lavoro e 25 ore di digiuno dal tramonto della vigilia all’apparire delle prime stelle del giorno successivo.
È il canto del Kol Nidrè, la sera della vigilia, a sottolineare l’inizio della ricorrenza: mai come in questa occasione le sinagoghe sono gremite perché a questo appuntamento, che conclude i Giorni Tremendi del calendario ebraico, accorrono anche gli ebrei non osservanti che mantengono un forte legame con le proprie radici.
È la preghiera di Ne’ilà a concludere una ricorrenza dedicata alla riflessione, al pentimento ed alla riunione dei gruppi familiari sotto il manto rituale del padre per ricevere la benedizione e ascoltare il suono dello shofar, simbolo del rapporto del popolo d’Israele con il Creatore. A cerimonia conclusa il digiuno è rotto con caffè o tè accompagnati da focacce o biscottini, seguito poco dopo da una cena leggera.

Per mettere in pratica i buoni propositi, immediatamente dopo la fine di Kippur si usa iniziare la costruzione della sukkà, capanna in ebraico, simbolo importante della festività di Sukkoth.
Ricorda i quarant’anni trascorsi nel deserto dagli ebrei usciti dall’Egitto, ma simboleggia anche la fragilità della vita; tutto passa, ammonisce il Qoelet, l’Ecclesiaste, che si legge proprio in questo periodo. Per sette giorni, a partire dal 15 Tishrì, è tradizione consumare i pasti in queste dimore precarie allestite su terrazze e giardini, in modo da poter scorgere uno spicchio di cielo attraverso il tetto di frasche decorato con frutta di stagione.
Per dare la possibilità di adempiere al precetto di consumare almeno un pasto in Sukkà, comunità ed istituzioni ebraiche allestiscono ogni anno grandi capanne comunitarie a disposizione di tutti. Questa ricorrenza è indicata anche come Chag Haasif, festa del raccolto, per sottolineare la straordinaria rilevanza dei lavori campestri nell’antico Israele.
Quattro specie di piante – cedro, palma, mirto, salice e l’aggiunta di un cedro – sono state scelte come simbolo agricolo; legate insieme formano un fascio chiamato lulav che, durante le preghiere mattutine, è agitato in direzione dei quattro punti cardinali, del cielo e della terra.
La festività è così ricca di significati da assumere anche il nome di Zeman Simchatenu, tempo della nostra gioia con riferimento all’antica Gerusalemme, méta un tempo di festosi pellegrinaggi in questo periodo dell’anno.

Il settimo giorno di Sukkoth è indicato con il nome di Hoshannà Rabbà per le invocazioni di osanna, aiuto e salvezza che i fedeli recitano con il lulav in mano, mentre compiono sette giri all’interno della sinagoga; questa cerimonia è preceduta da sette giri fatti compiere da sette rotoli della Torà prima di riporli nell’Arca.
Al termine della preghiera i rami del salice, detti hoshanoh, sono battuti per terra fino alla caduta di tutte le foglie a simbolo del perdono accordato.
Secondo la Qabbalà, questa ricorrenza segna la conclusione del giudizio divino iniziato a Rosh hashanà: il destino delle creature è definitivamente fissato per l’anno successivo.
La tradizione prevede che la notte di Hoshannà Rabbà sia dedicata allo studio della Torà per cancellare i peccati in sospeso. La preghiera che sollecita la pioggia su Israele fa parte del rito di Sheminì Azereth, ottavo giorno di Sukkoth; gli ebrei della Diaspora continuano a recitarla per sottolineare il loro legame con la terra dei padri. Simchat Torà conclude le festività di Tishrì con la lettura dell’ultima sezione del Deuteronomio, e l’immediato inizio della prima sezione della Genesi.
A due “sposi della Legge” è affidato l’onore di concludere un ciclo di lettura e di iniziarne un altro: sono chiamati Chatan Torà, sposo della Legge e Chatan bereshit, sposo del suo inizio. Buona parte dei rotoli della Torà sono estratti dall’Arca durante la funzione serale, e sono portati in giro nella sinagoga con il festoso accompagnamento di canti e balli.

Il 25 di Kislev ha inizio la festa di Chanukkà: dura otto giorni ed è caratterizzata dall’accensione della Chanukkià, lampada ad otto braccia accompagnata da un nono lumino, Shammash o servitore che accende gli altri lumi, a ricordo della vittoria dei Maccabei sui greci e la riconsacrazione del Tempio profanato.
Chanukkà rappresenta la vittoria dello spirito ad opera del popolo che si era impegnato, attraverso l’unità di Dio, a rispettare l’unità degli uomini e a superare le differenze sociali: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ammonisce il Levitico (30,18). Questa festività potrebbe essere celebrata anche dai popoli che hanno abbracciato l’idea monoteistica: infatti se i Maccabei fossero stati sconfitti, non solo sarebbe scomparso l’ebraismo ma non sarebbero sorti né il cristianesimo né l’islam.
Chanukkà è una ricorrenza molto cara ai bambini, che ricevono un piccolo regalo ogni sera all’accensione dei lumi; il sevivon, trottola a quattro facce, ricorda ai più piccoli il miracolo dell’ampollina d’olio purissimo che ha permesso di riaccendere la lampada perenne del Tempio, e di farla risplendere per tutti gli otto giorni necessari a prepararne di nuovo.
Negli otto giorni di Chanukkà l’olio si ripresenta come ingrediente fondamentale in cucina, per la preparazione di piatti tradizionali come le squisite frittelle dolci o salate.

La piantagione di alberi caratterizza Rosh hashanà leilanot, chiamata anche Tu Bishvat, che degli alberi è il capodanno. “La pioggia è scomparsa, se n’è andata”, così il “Cantico dei Cantici” descrive la natura nel mese di Shevat, “I fiori ricompaiono sulla terra, è giunta la stagione dell’usignolo, la voce della tortorella si ode già nella nostra contrada”.
La celebrazione della ricorrenza nella sua forma originaria fu sostituita, dopo l’inizio della Diaspora, da un pasto a base di frutta tipica in Israele - noci, uva, datteri, fichi, melograni, castagne, pistacchi, cotogne – gustata dopo le prescritte benedizioni. Durante il Seder di Tu Bishvat si bevono quattro bicchieri di vino per scandire il graduale passaggio dal bianco al rosso, simbolo dell’inverno che arretra e della primavera che avanza.
L’uso di piantare alberi in Israele rientra comunque nella tradizione degli ebrei di tutto il mondo per solennizzare la nascita di un bambino o una bambina, la maggiorità religiosa, il matrimonio, le ricorrenze liete e tristi; ancora oggi si piantano alberi per i figli con il tramite del Fondo Nazionale Ebraico, così come un tempo hanno fatto i padri rispettosi delle tradizioni rabbiniche.

Nel mese di Adar si fa avanti la festa di Purim (in questo anno embolismico cade il 13 Adar Shenì): prende spunto dal salvataggio degli ebrei persiani, minacciati di sterminio, grazie all’intervento della regina Ester, moglie ebrea del re Assuero.
La lettura pubblica della Meghillat Ester, libro sotto forma di rotolo da leggere lentamente con una particolare cantilena, tiene vivo il ricordo del drammatico episodio fatto risalire al 4 secolo e.v. Purim, la ricorrenza più lieta dell’ebraismo punteggiata da allegre feste mascherate per grandi e piccini, sollecita trasgressioni: tentare la sorte al gioco d’azzardo, ad esempio, quasi a sottolineare che il nome della festività deriva da pur, sorte.
Il digiuno previsto per la vigilia della ricorrenza è sempre compensato dal ricco pasto festivo, coronato da strisce di morbida pasta fritta nell’olio e spolverizzata di zucchero a velo: sono le “orecchie di Aman” dal nome del cattivo di turno, punito al momento giusto per le sue malefatte come avviene nelle storie a lieto fine.
Pesach, letteralmente “passaggio”, cade il 15 Nissan e ricorda la liberazione degli ebrei dall’Egitto. Proprio il passaggio dalla schiavitù alla libertà è raccontato in un libro intitolato Hagadà: non è solo il racconto di una storia lontana, ma sopratutto lo stimolo per ogni ebreo a ricordare “di essere stato straniero in terra di Egitto”, e a vivere in prima persona l’esperienza della liberazione.
Anno dopo anno il Seder di Pesach, introdotto dalla frase in aramaico ”Quest’anno qui, l’anno prossimo in Terra di Israele, quest’anno da schiavi, l’anno prossimo da uomini liberi”, inizia con quattro domande poste da un bambino o una bambina sul significato di una sera diversa dalle altre.
La lettura della Hagadà procede sottolineata da cibi simbolici posti sulla tavola, azzime in sostituzione del pane lievitato, impasto di frutta, datteri e noci detto charoset, erbe amare, quattro bicchieri di vino; il testo, composto da antichi commenti rabbinici, salmi, inni, formule liturgiche si è arricchito negli ultimi decenni di un toccante ricordo delle vittime della Shoà.
Il rito del Seder, che dà l’avvio ad una festività che dura otto giorni, si ripete nella Diaspora per i primi due giorni di festa solenne; durante Pesach la tradizione prevede la lettura del Cantico dei Cantici.

Yom Haazmauth celebra l’indipendenza dello Stato di Israele; è preceduto, il 4 di Yiar, da Yom Hazikkaron, che è il giorno dedicato al ricordo dei caduti in difesa di Israele sottolineato dal suono lacerante delle sirene in tutto il paese.

Shavuoth, al pari di Pesach e Sukkoth, è una delle tre grandi ricorrenze liete caratterizzate nell’antichità da festosi pellegrinaggi a Gerusalemme.
Chiamata anche “Tempo del dono della Torà” essa ricorda la promulgazione del Decalogo, accolto dal popolo ebraico come fondamento del rapporto tra Dio e l’uomo e tra uomo e uomo.
Come per la maggior parte delle feste ebraiche Shavuoth, che cade nel mese di Sivan, ha anche un significato agricolo: l’offerta al Santuario dei prodotti della terra spiega il suo appellativo di “Festa delle primizie”.
La consuetudine vuole che nelle sinagoghe adorne di piante e fiori si legga il “Libro di Ruth”, che descrive la vita dei contadini al tempo dei Giudici e delinea il percorso verso l’ebraismo dell’antenata moabita di re David. Ed anche che la dolcezza dello studio della Torà sia sottolineata da cibi a base di latticini: sulla tavola festiva non mancano mai i blintzes, frittatine ripiene di ricotta lavorata con uova e formaggio piccante, oppure di mele grattugiate amalgamate con mandorle tritate, zucchero, cannella, buccia e succo di limone.

L’antica ricorrenza agricola di Tu Beav, che cade il 15 di Av, favoriva l’incontro dei giovani ed il nascere di amori e fidanzamenti, complice il clima favorevole proprio della terra d’Israele. Oggi Tu Beav è considerata la festa degli innamorati.

Calendario delle ricorrenze ebraiche per l’anno 5769:

Rosh ha-Shanah Capodanno, 30 settembre - 1° ottobre 2008 (1 - 2 Tishrì )
Yom Kippur 9 ottobre 2008 (10 Tishrì)
Sukkòth 14 e 15 ottobre 2008 (15 - 16 Tishrì)
Hosha’ Ana’ Rabbà 20 ottobre 2008 (21 Tishrì)
Sheminì 'Atzéreth 21 ottobre 2008 (22 Tishrì)
Simchàth Torà 22 ottobre 2008 (23 Tishrì)
Pésach Pasqua 9 - 16 aprile 2009 (15 - 22 Nissàn 5769)
Shavu'òth Pentecoste 29 e 30 maggio 2009 (6 - 7 Sivàn 5769)
Digiuno del 17 Tamùz 9 luglio 2009
Digiuno del 9 di Av 30 luglio 2009