Letteratura indiana in lingua inglese

Una proposta di lettura di Anna Nadotti

Difficile fare una selezione in quell’"oceano dei fiumi di racconti" che sono le letterature del subcontinente indiano. Tanto più oggi, quando la scrittura di quelle terre ci arriva dai quattro punti cardinali del mondo, dai molti e diversi luoghi in cui la diaspora del subcontinente ha messo radici più o meno stabili, traendo dalla terra d’origine nutrimento senza rinunciare ad assorbire le storie, i personaggi, i colori, le lingue, anche i tic, che i nuovi luoghi hanno da offrire. Difficile anche perché, mentre continuano a essere attivi scrittori e scrittrici delle generazioni nate prima dell’indipendenza, si fa sempre più nutrita la schiera dei figli e nipoti della mezzanotte. In India, in Pakistan, in Bangladesh e lungo le molte rotte delle migrazioni.

Comincerei da alcuni romanzi cardine – alcuni già segnalati sul sito della biblioteca in una precedente proposta di lettura alla quale volentieri rimando – per capire il trauma della partizione e dello strascico di conflitti etnici e religiosi che ne sono derivati, nonché tema narrativo che traspare tuttora nelle opere di autori e autrici molto giovani.
L’irrinunciabile efficacissima sobrietà di Khushwant Singh, Quel treno per il Pakistan (trad. di M.Teresa Marenco, Marsilio, 1996). Il racconto fondativo di Salman Rushdie, I figli della mezzanotte (trad. di Ettore Capriolo, Garzanti, 1984). Le linee d'ombra di Amitav Ghosh (trad. di Anna Nadotti, Einaudi, 1990), romanzo di formazione dove una fotografia ingiallita offre al narratore l’occasione per riflettere su una storia famigliare divisa tra l’Inghilterra e l’India, tra la logica violenta dell’imperialismo e del fanatismo religioso e l’aspirazione gandhiana a una resistenza attiva non violenta. La sorprendente voce infantile cui ricorre Bapsi Sidhwa, La spartizione del cuore, (trad. di Luciana Pugliese, Neri Pozza, 1999), per raccontare dal Pakistan la storia dolorosa di un confine tracciato arbitrariamente. Chiara luce del giorno, di Anita Desai (trad. di Anna Nadotti, Einaudi, 1998), una meditazione musicale e poetica sulle fratture interiori che un confine arbitrario provoca negli esseri umani.

Di Bapsi Sidhwa – vincitrice del Premio Mondello 2007 per la letteratura straniera – consiglio anche il recente Acqua (trad. di Valeria Giacobbo, Neri Pozza, 2006), la drammatica storia di Chuyia, vedova-bambina consegnata dai genitori a un rifugio per vedove, e frutto della collaborazione con la regista indiana Deepa Mehta che l’ha portata sullo schermo.

Alla stessa generazione di Anita Desai e Bapsi Sidhwa appartiene Shashi Deshpande, scrittrice di Bangalore da noi meno conosciuta, forse per la sua riservatezza. Il bellissimo e ormai introvabile Il buio non fa paura verrà ripubblicato a breve dalle edizioni e/o (sempre nella traduzione di Laura Pugno), e intanto consiglio la lettura di Piccoli rimedi (trad. di Luisa Corbetta, Giunti, 2001), un romanzo di grande sottigliezza, con personaggi che appartengono all’India delle classi medie, finora poco esplorata in traduzione italiana.
Se, una decina di anni fa, il Dio delle piccole cose (trad. di Chiara Gabutti, Guanda, 1997) fece conoscere a un vastissimo pubblico Arundhati Roy, una voce destinata a farsi risentire con i suoi scritti di attivista, e una lingua insolita e creativa messa al servizio della causa pacifista e ambientalista; direi che oggi segna uno spartiacque il romanzo di Kiran Desai, Eredi della sconfitta (trad. di Giuseppina Oneto, Adelphi 2007). Booker Prize 2006, il romanzo racconta brandelli di vita di persone che il destino disloca sempre e comunque altrove e l’autrice assume un preciso punto di vista, dal basso, di lato, da fuori nel farsi testimone dei conflitti, della provvisorietà, della frammentazione linguistica del nostro tempo. Coetanea di Kiran Desai è Jhumpa Lahiri, autrice di una delle più belle raccolte di racconti degli ultimi anni, L’interprete dei malanni, e di un romanzo, l’Omonimo (trad. di Claudia Tarolo, Marcos y Marcos, 1999 e 2003), ora portato sullo schermo da Mira Nair. Interessante, nei primi e nel secondo, seguire l’evoluzione di personaggi alle prese sia con le diverse parti di sé, quella legata al paese di nascita e quella che si struttura nel luogo d’immigrazione, sia con le contraddizioni e i conflitti generazionali nel paese di partenza e poi in quello di arrivo. Senza escludere repentini rovesciamenti di prospettiva.

Tema cruciale che ritorna nel bel romanzo del pakistano Nadeem Aslam, Mappe per amanti smarriti, (trad. di Delfina Vezzoli, Feltrinelli, 2004), ambientato nella cupa Manchester postindustriale in cui l’autore è nato. Pakistana è anche Kamila Shamsie: il suo ultimo romanzo, Versi spezzati (trad. di Guido Calza, Ponte alle Grazie, 2005), è un interessante ritratto del paese e della sua storia recente costruito come un thriller. Ancora dal Pakistan viene uno degli autori più promettenti della generazione nata negli anni ’70, Mohsin Hamid, che con Il fondamentalista riluttante (trad. di Norman Gobetti, Einaudi, 2007), conversazione a una sola voce in un caffè dell’odierna Lahore, racconta a un cittadino americano, e a chi legge, una storia di brillanti successi, fino all’11 settembre 2001…

Dal Pakistan a Sri Lanka. Due nomi: quello di Shyam Selvadurai, Funny Boy (trad. di Alessandro Golinelli, Saggiatore, 2000), romanzo di formazione e di esilio di rara intensità; e quello di Michelle de Kretser, Il caso Hamilton (trad. di Ada Arduini, Neri Pozza, 2006), storia ipnotizzante di una vischiosa decadenza famigliare postdecolonizzazione, mentre all’orizzonte si profilano i conflitti interetnici che hanno lacerato il paese. Ma non posso non pensare a Michael Ondaatje: lo scrittore vive in Canada, a Toronto, ormai da molti anni, ma è "qui…sotto il monsone, in questo mio ultimo mattino, tutto questo Beethoven e questa pioggia" che è cominciato il grande scrittore che lui è. Almeno due titoli, Lo spettro di Anil (trad. di Riccardo Duranti, Garzanti, 2000) e Aria di Famiglia, (trad. di Giovanni Pitino, Garzanti 1997).

"Bombay è la folla" scrive V.S. Naipaul in apertura del suo India, un milione di rivolte (trad. di Katia Bagnoli, Mondadori, 1992). "Sono nato a Bombay" sono le prime parole dei Figli della mezzanotte di Salman Rushdie (già citato); Bombay, Maximum City (trad. di Anna Nadotti e di Fausto Galuzzi, Einaudi 2006), è il titolo che Suketu Mehta – Premio Napoli 2007 per la letteratura straniera – dà al reportage sulla città in cui è nato e cresciuto, e in cui torna a vivere per due anni proprio per scriverlo, intrecciando memorie personali e inchiesta giornalistica: sviluppo urbano, slum, criminalità organizzata, terrorismo, Bollywood. È la città immensa in cui approda Gregory David Roberts, autore del best-seller mondiale Shantaram (trad. di Vincenzo Mingiardi, Neri Pozza, 2005); la città in cui Ardashir Vakil bambino scopriva il cinema, Beach Boy (trad. di Gioia Guerzoni, Einaudi, 2001); la città dove "fioccano i cadaveri" di cui deve occuparsi l’ispettore Sartaj Singh nell’impressionante Giochi sacri di Vikram Chandra (trad. di Francesca Orsini, Mondadori, 2006); e dove vivono le loro piccole esistenze le figurette di Altaf Tyrewala, Nessun dio in vista (trad. di Gioia Guerzoni, Feltrinelli, 2007).

L’India è molte voci, quella bengali che la grande Mahasweta Devi presta ai tribali, La preda e altri racconti (trad. di Babli Moitra Saraf e Federica Oddera, Einaudi, 2004); la voce autorevole e imprescindibile di uno dei grandi "narratori" del subcontinente, il premio Nobel per l’economia Amartya Sen, Identità e violenza (trad. di fabio Galimberti, Laterza, 2006) e L’altra India (trad. di Giorgio Rigamonti, Mondadori, 2005); il repertorio plurilingue di voci raccolte dallo psicoanalista Sudhir Kakar in Storie d’amore (Neri Pozza, 2007); la voce riflessiva e fuori dal coro dei saggi di Pankaj Mishra, La tentazione dell’Occidente (trad. di Federica Oddera, Guanda, 2007); la voce in versi, bellissimi, di Sujata Bhatt, Il colore della solitudine (a cura di Paola Splendore, Donzelli, 2006); le voci di innumerevoli giovani laureati che lasciano il subcontinente per andare a lavorare in Europa o negli Stati Uniti, ai quali forse non capita tutto ciò che capita al protagonista di Leela (trad. di Andrea Sirotti, Einaudi, 2007), ma che certo sperimentano sulla loro pelle la globalizzazione e il just in time.

Come curatrice dell’edizione italiana delle opere di Anita Desai e Amitav Ghosh non posso nascondere la mia ammirazione per questi due grandi scrittori, e non sarei sincera se non consigliassi caldamente la lettura dei loro libri.

Chiudo con un consiglio che sta tra il leggere e il guardare, ovvero con Il libro della giungla a Londra. Illustrazioni di Bhajju Shyam, testi di Sirish Rao e Gita Wolf (trad. di Livia Signorini, Adelphi, 2004). È il racconto per immagini, molto belle, del primo viaggio a Londra del giovanissimo artista gond, una comunità dell’India centrale, e fa riflettere sulla ricchezza della tradizione letteraria e artistica del subcontinente, e sulla sua capacità di conservare e ricreare.


Anna Nadotti
Lettrice per passione e per professione, traduttrice, consulente editoriale, saggista. Scrive per l’Indice e Il Manifesto.
Collabora con l’AIACE di Torino; la Libera Università delle Donne di Milano; Fahreneit - RadioTre; Scuola Holden.
Per Pordenone Dedica 2006 ha curato il volume, Dedica ad Anita Desai.